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Senza Nome, il bar di Bologna dove ordinare con la lingua dei segni

Senza Nome: è proprio questo il nome del bar a Bologna che, complici anche i Social, sta diventando sempre più famoso grazie alla sua particolarità. Particolarità che non è (solo) il nome, ma il suo essere un luogo in cui le parole non servono: si tratta, infatti, di un locale che ha la Mission di favorire l’integrazione e la relazione con persone non udenti. Senza Nome è il primo bar di Bologna il cui team è composto interamente da persone sorde. Un’idea che si presta perfettamente al concetto di inclusione, dimostrando che la soluzione non può e non deve essere suddividere la società in ambienti destinati a chi ha un handicap: la vera inclusione è quella di far incontrare ogni essere umano, senza alcuna distinzione o limitazione. Il locale si trova a Bologna, in via Belvedere 11 (in pieno centro, di fronte allo storico Mercato delle Erbe).

Senza Nome: un luogo dove vivere esperienze 

Come funziona il bar Senza Nome? Per i clienti è possibile fare le ordinazioni in due modalità: chi la conosce, può utilizzare la LIS (Lingua Italiana dei Segni) direttamente al bancone, dove chiedere la sua consumazione e ricevere uno sconto; è previsto, altrimenti, un “angolo del cocciuto”, una bacheca dove trovare dei bigliettini sui quali sono disegnati e scritti i nomi delle pietanze e delle bevande, da staccare e portare al bancone

Oltre al canonico servizio bar, al Senza Nome è possibile fare vere e proprie esperienze: ci sono le “cene a cappello”, ovvero serate a tema dove lo chef propone un piatto come se fosse un artista di strada; si può partecipare alle merende della domenica o fare una degustazione di vini locali; gli amanti dei libri possono passare il loro tempo nella sala lettura mentre gli appassionati di arte e musica possono trovare appuntamenti per mostre e concerti nello spazio dedicato; grazie alla collaborazione con l’associazione culturale Farm, al locale è possibile partecipare anche a corsi, laboratori e rassegne d’arte. Non ultima, l’esperienza di imparare la lingua dei segni contribuendo, così, al vero abbattimento delle barriere sociali tra udenti e sordi. 

I fondatori Sara Longhi, 38 anni e Alfonso Marrazzo, 36 anni, sono stati nominati Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il riconoscimento è stato loro consegnato per “l’esemplare contributo alla conoscenza delle diversità e alla promozione di una cultura di reale inclusione e dialogo”.

Ristorazione e inclusività: un binomio che, in Italia, funziona

Simbolo del vero desiderio di inclusione sono tutti quei locali che, in Italia, nascono per dimostrare che la disabilità (di qualunque tipo) non è un limite: né al lavoro né ai rapporti sociali. Un concetto dimostrato dai team che lavorano all’interno di queste attività, composto parzialmente o totalmente da persone con una o più disabilità, e dalla loro offerta che, a partire dal servizio, richiede la volontà di entrare in mondi sconosciuti le cui dinamiche sono tutte da scoprire.

Oltre al Senza Nome, in Italia ci sono diversi esercizi commerciali che propongono ambienti totalmente inclusivi: sempre a Bologna, troviamo l’Altro Spazio (via Nazario Sauro 24)- nato anche questo grazie al lavoro dell’associazione Farm -, del tutto privo di barriere fisiche e immateriali e interamente su misura per persone non vedenti e sordo-cieche (dove imparare il Braille o la Lis Tattile). 

A Milano si trova Gusto P (via Selvanesco 77), un ristorante all’interno del quale lavorano ragazzi disabili: il progetto è stato voluto da Via Libera, cooperativa che aveva il desiderio di costruire l’integrazione ponendo le persone con disabilità direttamente a contatto con i clienti. 

Ad Alassio “Non uno di meno” è un social bar gestito da ragazzi disabili e si trova nella biblioteca civica della città: il locale propone, inoltre, i prodotti preparati dagli studenti dell’Istituto superiore Alberghiero. Anche quella de “La locanda dei girasoli” è una ristorazione inclusiva: si trova a Roma (in via dei Sulpici nell’antico quartiere del Quadraro) ed è nato dalla volontà di alcuni genitori di trovare uno sbocco professionale ai figli con sindrome di Down. A Vercelli (corso Abbiate 66) troviamo “Il Mattarello”, una pasticceria che propone dolci per tutti i gusti e dove lavorano persone con vulnerabilità sociale. 

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